OTTOBRE 2019
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Il filmaker Giovanni Bucolo

Il filmaker Giovanni Bucolo

Il direttore e la redazione di Sicilia Felix fanno tanti auguri a Gianni Bucolo e Chiara Carmeni che sabato 25 luglio si sono sposati a Giardini Naxos (Me) nella chiesa dell’Immacolata. I due giovani sposini sono alquanto noti negli ambienti culturali isolani per la loro passione per il cinema, il teatro e l’arte della regia.

Gianni Bucolo è regista e autore di teatro. Ha al suo attivo numerosi spot e cortometraggi. Ha firmato diversi testi teatrali tra queste, la pluripremiata “L’ultima lettera” ispirata ai racconti del padre prof. Salvatore Bucolo reduce della campagna di Russia nel secondo conflitto mondiale. I principali riconoscimenti ottenuti dall’Ultima Lettera sono stati: Premio Cavalluccio Marino 2005 (Giardini Naxos – Me); Premio Miseno 2005 “Miglior testo”(Capo Miseno – Bacoli); Premio Letterario Quinto De Martella 2010 “Miglior testo teatrale” (Camerino – Macerata); Premio Letterario Carlo Mangiù 2012 (Catania).

Chiara Carmeni, passione per la musica lirica con voce da soprano, si è dedicata anche lei, con successo, all’arte del cinema e della regia. Di recente ha realizzato innovativi ed accattivanti video-spot pubblicitari per alcune note location del comprensorio taorminese.
Il matrimonio è stato celebrato da monsignor Salvatore Cingari parroco della chiesa di San Pancrazio e da padre Eugenio Tamà parroco della chiesa dell’Immacolata di Giardini Naxos. Pubblichiamo alcune foto della cerimonia realizzate dai fotografi Rocco Bertè e Luigi Parisi che hanno curato il book fotografico della giovane coppia.

Gianni e Chiara in chiesa

Gianni e Chiara in chiesa

Una foto artistica

Una foto artistica

Gianni e Chiara

Gianni e Chiara

Frammenti di cinema

Frammenti di cinema

Una foto con lo sfondo della scenografia dell'Ultima Lettera

Una foto con lo sfondo della scenografia dell’Ultima Lettera

Una foto artistica

Una foto artistica

I preparativi

I preparativi

la torta nunziale

la torta nunziale

Il parco archeologico di Naxos

Il parco archeologico di Naxos

Giardini Naxos (Me). Il Parco Archeologico di Naxos che conserva i resti della prima colonia greca di Sicilia fondata dai Calcidesi nel 734 a.c. è diventato autonomo.  L’assessore dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Antonio Purpura, ha firmato il Decreto che disciplina il funzionamento organizzativo e la gestione con autonomia amministrativa e finanziaria del Parco, tramite un apposito Regolamento di organizzazione e, amministrativo-contabile. Si tratta di un importante riconoscimento per quella che è a tutti gli effetti la terza area archeologica in Sicilia, dopo la Valle dei Templi di Agrigento e il Parco di Selinunte. Il Parco archeologico di Naxos, era stato istituito il 13 luglio del 2007 col Decreto Assessoriale n. 6640 a firma dell’allora assessore Nicola Leanza. Esso comprende, oltre i resti dell’antica colonia greca, anche il Museo archeologico regionale di Naxos; il Teatro antico, Villa Caronia ed il Museo naturalistico dell’Isolabella  ricadenti nel territorio di Taormina, l‘area archeologica del comune di  Francavilla di Sicilia (Me). Un traguardo che parte da lontano quello dell’iter del Parco di Naxos iniziato nel 2007 con la sua istituzione. A  trasmettere la documentazione a Palermo per il riconoscimento dell’autonomia erano stati i sindaci di Giardini Naxos (Pancrazio Lo Turco), Taormina (Eligio Giardina), Francavilla (Lino Monea) assieme alla direttrice del Parco Archeologico Maria Costanza Lentini.  Appresa la notizia,  il Sindaco di Giardini Naxos Pancrazio Lo Turco ha espresso grande soddisfazione per l’importante riconoscimento: “Da questo momento” afferma Lo Turco “i proventi inerenti il Parco,verranno gestiti direttamente nel nostro territorio e non più a Palermo. E’ un traguardo storico aver ottenuto il decreto di reale autonomia gestionale e finanziaria che avrà benefici per tutto il territorio. Siamo convinti che il riconoscimento formale del Parco di Naxos possa rappresentare un segnale forte nella prospettiva di un rilancio del prodotto turistico  del nostro territorio nella sua interessa al quale tutti guardiamo con identiche aspettative. Insieme ai nostri amici di Taormina e Francavilla auspico  un percorso a lungo termine fatto di sinergie e condivisione delle politiche del territorio“.

 

Il Parco Archeologico di Naxos

Il Parco Archeologico di Naxos

L’Iter amministrativo che ha caratterizzato l’istituzione del Parco Archeologico di Naxos

E’ nel 2001 che comincia il complesso iter amministrativo che porterà, qualche anno dopo, alla istituzione del Parco. Il primo atto formale fu il Decreto Assessoriale n. 6263 con il quale l’Assessorato dei Beni Culturali ed Ambientali e della Pubblica Istruzione istituì nel 2001 il sistema dei parchi archeologici siciliani. Il Decreto venne pubblicato nella  G.U.R.S. 21 settembre 2001, n. 46.

Il nuovo sistema dei parchi archeologici siciliani, venne istituito ai sensi dell’art. 20, 1° comma, della legge regionale 3 novembre 2000, n. 20 e comprendeva le aree archeologiche di Gela, Sabucina, Morgantina, Isole Eolie, Naxos, Himera, Iato, Solunto, Kamarina, Cava d’Ispica, Lentini, Eloro e Villa del Tellaro, Siracusa, Pantelleria, Selinunte e Cave di Cusa, Segesta.

Nel 2004 la Soprintendenza per i Beni Culturali e Ambientali di Messina avanzò alla Regione la proposta di istituzione del Parco Archeologico di Naxos alla quale si associa anche il Comune di Giardini Naxos.

Nel 2007 il sito archeologico della prima colonia greca venne istituito con il Decreto assessoriale n. 6640 a firma dell’allora assessore dei Beni Culturali Nicola Leanza.  Nel Decreto si legge “Si ritiene di dover provvedere all’istituzione del Parco Archeologico di Naxos, in considerazione della sua importanza strategica ai fini della gestione, tutela e valorizzazione del patrimonio archeologico e ambientale del territorio, costituito dall’antica città di Naxos, prima colonia greca della Sicilia, fondata nel 734-733 a.C. all’imbocco meridionale dello Stretto di Messina, da Thoukles a capo di un contingente di Calcidesi dall’isola di Eubea e di Nassi dall’Isola Cicladica di Naxos; Tenuto conto che nell’area del costituendo Parco sono visibili le testimonianze delle varie vicende storiche ed urbanistiche della città, dal periodo arcaico sino alla sua distruzione avvenuta nel 403 a.C. , ad opera di Dionigi I di Siracusa; avuto riguardo altresì delle varie aree sacre (Temene) che, dislocate ai margini dell’area urbana, ci testimoniano la vita religiosa della colonia,dominata dal culto di Apollo e Dioniso, quest’ultimo documentato dalle molte centinaia di antefisse a maschera silenica, esposte in buon numero accanto a terrecotte architettoniche di rivestimento dei tetti di edifici sacri, all’interno del Museo che accoglie una larga scelta di materiali provenienti da scavi del sito effettuati nell’arco di oltre un cinquantennio (1953 – 2006).”

L’art. 1 del decreto recita:Per i motivi esposti in narrativa, è istituito ai sensi dell’art. 20 della L. R. 20/00, il Parco Archeologico di “Naxos”, ricadente nel Comune di Giardini Naxos, Provincia di Messina, in quanto Naxos rappresenta un osservatorio privilegiato per la conoscenza della storia più antica dell’urbanistica dell’Occidente greco, per la sua alta antichità, nonché per la sua storia breve concentrata in un arco di poco più di 300 anni.”

 Con lo stesso decreto venne nominata Direttore del Parco la dott.ssa Maria Costanza Lentini già  direttrice dell’Area Archeologica e dell’attiguo museo. Alla stessa vennero conferite le funzioni di commissario ad acta al fine di porre in essere tutti gli adempimenti necessari per assicurare l’avvio del funzionamento della nuova struttura.

Nel 2013, alla presenza dell’assessore ai Beni Culturali dell’epoca Maria Rita Sgarlata  viene inaugurato  il nuovo percorso pedonale che circoscrive l’antico arsenale navale di Naxos (I Neoria) ubicato sulla “collina Larunchi”

Il resto è storia recente di questi giorni con il nuovo decreto firmato dall’attuale assessore dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, Antonio Purpura.

In primo piano durante una visita al Parco archeologico  (da sinistra)  Maria Costanza Lentini, l'ex assessore ai beni culturali Maria Rita Sgarlata e il sindaco di Giardini Naxos Pancrazio Lo Turco

In primo piano nel corso dell’inaugurazione del sito dell’antico arsenale navale di Naxos (da sinistra) Maria Costanza Lentini, l’ex assessore ai beni culturali Maria Rita Sgarlata e il sindaco di Giardini Naxos Pancrazio Lo Turco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LA STORIA del Parco di Naxos

 La storia della città di Naxos si conclude nel 403 a.c. Alleata di Atene nella guerra del Peloponneso fu distrutta da Dionisio di Siracusa  alleato di Cartagine e Sparta . La tragica fine di Naxos non rimase sepolta tra i suoi ruderi né venne mai dimenticata. Col  passare degli anni, dei secoli, la terra aveva ricoperto i suoi resti, tanto da far perdere le tracce della sua ubicazione.  Le sua poderosa mura, e quel poco che rimaneva dopo la distruzione, erano stati ricoperti col tempo da madre terra quasi a voler proteggere le ultime spoglie rimaste della misera e sfortunata città.  In effetti, malgrado il mito di Naxos non  fu mai dimenticato del tutto, di esso si erano perse le tracce perché intanto abbondanti strati di terra avevano coperto gran parte dei resti dei fabbricati e delle mura. Si erano perse le tracce del sito in cui si trovava Naxos. La città era sepolta sotto floridi agrumeti e piante di olivo che non facevano certo immaginare quali preziosità vi fossero sotto le radici di quelle piante.

Una svolta importante sugli studi di Naxos e sulla sua presunta ubicazione si hanno a partire  dal 1500 quando lo studioso Tommaso Fazello  visitando la zona della baia di Naxos, ritenne di avere individuato i ruderi dell’antica città. A lui dunque il merito e l’intuizione di avere scoperto per primo in contrada strages l’ipotetico sito dei Naxii.  Col trascorrere dei secoli altri illustri personaggi transitarono per questi luoghi. Visitavano Taormina  scrutando dalle pendici del monte Tauro l’orizzonte verso capo Schisò immaginando di individuare l’area in cui un tempo doveva sorgere la “città sacra”. Diversi studiosi, archeologi e scrittori come  Goethe, Guy de Mauppassant o J.H. von Riedesel e tanti altri visitarono i luoghi indicati dal Fazzello descrivendo nelle loro memorie  quanto avevano visto in quest’area ricca di bellezze naturali e di storia.

Soltanto intorno la metà del 1800 si hanno però le prime notizie certe di importanti ritrovamenti che comprovavano le tesi del Fazzello e cioè che l’area di Schisò fosse stata il luogo dove sorgeva l’antica città di Naxos.

Probabilmente al ritrovamento delle preziose testimonianze contribuì l’intensificarsi dell’agricoltura la quale attraverso la piantagione di vigneti ed agrumeti e quindi il rimescolamento della terra, proprio nell’area di Schisò, aveva provocato la scoperta dei primi preziosi reperti.

Non è difficile immaginare che gli agricoltori del luogo, il quale nel frattempo da piccolo villaggio  era diventato  nel 1847 il “Comune di Giardini”,  lavorando la terra, i trovavano spesso sparsi sottoterra  terracotte,  cocci di vasetti e chissà quante altri preziosi reperti. La piantumazione di nuovi agrumeti e viti contribuì ad accentuare gli interessi di studiosi nell’area di Naxos con i preziosi reperti che di volta in volta venivano trovati.

Purtroppo però, delle prime scoperte ad opera di agricoltori, viandanti e mercanti senza scrupoli non abbiamo molte testimonianze, tuttavia alcuni preziosi documenti del secolo scorso ben conservati presso l’Istituto Germanico di Roma” testimoniano il ritrovamento di alcuni preziosi reperti che sicuramente diedero una svolta alle ricerche su Naxos, suscitando un incremento di interesse su studiosi ed archeologi anche di fama internazionale.

I documenti conservati nell’istituto, si riferiscono in particolare a due importanti ritrovamenti: un ripostiglio di circa 2000 monete d’argento del V secolo scoperto nel 1851 ed un gruppo di sculture ritrovate nello stesso periodo.

Quel ritrovamento costituì un prezioso punto di partenza per l’individuazione della città sepolta. Le notizie dei ritrovamenti cominciano a circolare per l’Europa e molti sono gli studiosi che si recano sul luogo, tra questi J. Houel, F. Ferrara, F.S. Cavallari, E. Freeman, A. Evans e H. Sayce, A Holm. Quest’ultimo che tra il 1870 ed il 1871 visita la Sicilia fu tra i più convinti sostenitori che l’antica colonia doveva sorgere proprio nell’area di Schisò.

Si concretizzano in questo modo i primi studi sul territorio che a partire dal ritrovamento delle monete, caratterizzeranno le tappe più importanti delle ricerche sull’antica Naxos.

La prima descrizione accurata delle rovine ed in particolare delle mura di fortificazione, si deve a  E. Freeman nella sua opera intitolata History of Sicily del 1891. Questi visitò i luoghi assieme ad un altro studioso, A. Evans il quale anch’egli diede un prezioso contributo diffondendo la notizia del ritrovamento del piccolo tesoro scoperto nel 1851 in contrada Sciarudda.

Nel 1893  lo studioso, T. Homolle  nel  Bull. Corr. Hell. sottolinea l’importanza della cinta muraria di Naxos.

Nel 1894 abbiamo un altro prezioso contributo che è dato dalla monografia pubblicata dall’avvocato taorminese  Pietro Rizzo, allievo del grande archeologo Paolo Orsi, dal titolo Naxos Siceliota, nella quale lo studioso fa una descrizione approfondita della storia di Naxos fino alla sua distruzione ed alle vicende degli esuli.

 Tra le tappe più importanti segnate dai vari studiosi vi è senza dubbio l’opera del grande archeologo Paolo Orsi che tanto si prodigò affinché l’area di Naxos fosse oggetto di finanziamenti per iniziare le prime campagne di scavo.  A lui va il merito di di essersi battuto affinché si iniziassero le prime campagne di scavo nell’area della penisola di Schisò. L’aver ostinatamente creduto che lì si trovasse l’impianto della città contribuì a sgombrare il campo  da dubbi e teorie controverse come quelle di parte della letteratura del 1600 e del 1700 che riteneva che Naxos fosse ubicata a circa 5 Km a sud nel territorio dell’odierna cittadina di Fiumefreddo. Ciò perché in quel luogo erano stati trovati tracce di resti dell’età romanica e soprattutto una grande tomba monumentale a due piani detta Torre rossa, tutt’ora esistente.

Paolo Orsi iniziò i primi sopralluoghi sull’area un secolo fa nell’aprile del 1893.

Pare che l’illustre archeologo iniziò le sue ricerche partendo dallo studio del muro sud-occidentale che costeggiava il torrente S.  Venera.

Fù proprio dalla scoperta di quel muro costruito con la tecnica cosiddetta “ciclopica” che  contribuì a dare vita ai primi scavi a Naxos.

Intuendo che quei primi preziosi reperti fossero la prova concreta che sotto quegli agrumeti si trovasse l’antica città  sacra di Naxos, Paolo Orsi subito dopo questa prima visita sui luoghi, si premurò a segnalare al Ministro della Pubblica Istruzione di avere fatto una straordinaria scoperta, “un importantissimo avanzo murario”, chiedendo di conseguenza alcuni fondi straordinari per effettuare alcuni sondaggi. Il Ministero però non accolse la richiesta probabilmente per la presenza di colture pregiate e per ragioni economiche poiché l’occupazione dei terreni sarebbe stata alquanto dispendiosa.

Pare che  lo studioso continuò a fare qualche saggio a sue spese pur di trovare altre tracce significativa che comprovassero le sue tesi e cioè che li si trova la città sepolta.  Malgrado questi successi il finanziamento richiesto dall’Orsi per intraprendere degli scavi lungo le mura occidentali, non arrivò. Nel 1914 la giurisdizione per i beni culturali sulla provincia di Messina, da Palermo passò a Siracusa, ma la situazione non cambiò. Paolo Orsi continuò a cercare fondi e nel 1929 propose persino di rivolgersi ad un grande istituto americano. Le sue numerose richieste però non ebbero molto successo.  Malgrado però la scarsezza di fondi, il prof. Orsi continuò le sue ricerche con ostinazione. Non potendo effettuare ulteriori scavi per mancanza di soldi, rivolse la sua attenzione ad altre fonti, come ad esempio i materiali provenienti da Naxos facenti parte di collezioni private o acquistate nei mercati di antiquariato taorminesi.Intuendo che quei primi preziosi reperti fossero la prova concreta che sotto quegli agrumeti si trovasse l’antica città  sacra di Naxos, Paolo Orsi subito dopo questa prima visita sui luoghi, si premurò a segnalare al Ministro della Pubblica Istruzione di avere fatto una straordinaria scoperta, “un importantissimo avanzo murario”, chiedendo di conseguenza alcuni fondi straordinari per effettuare alcuni sondaggi. Il Ministero però non accolse la richiesta probabilmente per la presenza di colture pregiate e per ragioni economiche poiché l’occupazione dei terreni sarebbe stata alquanto dispendiosa.

Di quest’esperienza si dice che quando non poteva averli in dono o non poteva acquistarli per il museo di Siracusa, del quale egli era il direttore, allora si divertiva a fare degli schizzi per conservarne memoria. Tentava in tutti i modi di salvare dalla dispersione un patrimonio già seriamente  deturpato.

Paolo Orsi ebbe il grande merito di avere dato un impulso all’avvio delle ricerche sull’antica città. Ma non fu solo questo il suo merito, bisogna dire infatti che ebbe la grande intuizione di approfondire gli studi anche su Taormina la quale in un certo qual modo era legata alla storia di Naxos.

Purtroppo ad un certo punto Paolo Orsi lascia la Sicilia  e da li in avanti vi sarà una battuta d’arresto fino all’inizio dei primi veri scavi nel 1953. Di lui rimangono le numerose testimonianze scritte e gli appunti che scriveva con frequenza e puntigliosità. Appunti preziosi che in futuro contribuirono alla scoperta di reperti scomparsi nei mercati degli antiquari. Tra questi eclatanti esempi basta citare l’Arula di Heidelberg. Si tratta di una sfinge in terracotta finita nel museo dell’omonima città dopo essere stata acquistata all’inizio del secolo da un collezionista. La prova di questa provenienza c’è la dà P. Orsi il quale nella primavera del 1901 scrive sul suo taccuino di avere visto a Taormina una piccola “arula con due sfingi che stanno una di fronte all’altra ed un fiore in mezzo” . Evidentemente poi l’arula venne spezzata in due cosicché un frammento fu nel tempo venduto al museo di Heidelberg mentre l’altro fu rinvenuto nel 1972 sull’area di Schisò in occasione di lavori agricoli. Dopo anni di vicissitudini e richieste, i due pezzi della stessa arula furono ricongiunto nel 1990 nel museo di Naxos in occasione di una mostra organizzata in suo onore. A partire da quella data iniziarono i tentativi per poter avere in permuta dal museo di Heidelberg il pezzo mancante al fine di ricongiungerlo a quello trovato a Naxos. Se non ci fossero stati quegli appunti forse oggi non avremmo saputo che quei frammenti facevano parte della stessa opera.

Le prime campagne di scavo nel 1953 dirette dal Prof. Gentili:

Parecchi anni dopo e precisamente nel 1953, il sogno tanto agognato da Paolo Orsi finalmente si avvera. La soprintendenza archeologica di Siracusa sotto la direzione del Prof. Gentili tra il 1953 ed il 1956  avvia finalmente i primi scavi a Naxos utilizzando fondi regionali. Durante quelle campagne di scavo fu definito il perimetro delle mura urbane dislocate lungo la costa della penisola di Schisò e lungo il torrente Santa Venera. Furono anche individuati i resti di un tempio che secondo il prof. Gentili sarebbe stato il tempio di Afrodite. Vengono scoperti anche i primi resti di una abitazione della fine dell’VIII secolo a.c.. Furono trovati anche strati risalenti a epoche diverse che provavano la presenza di insediamenti sovrapposti che andavano dal neolitico all’età del bronzo fino ai resti di Naxos.

Vista l’importanza delle scoperte effettuate in quelle prime campagne di scavo, che rappresentavano prove inconfutabili sull’ubicazione dell’antica città, nel 1954 una vasta area della penisola di Schisò fu sottoposta per la prima volta a vincolo archeologico. Iniziano in questa occasione i primi provvedimenti della pubblica amministrazione per salvaguardare l’area archeologica.

Questi primi interventi ebbero un grande successo che fece accrescere il desiderio di continuare gli scavi. Intanto sull’esempio di Naxos altri studiosi, motivati da un improvviso interesse verso le antiche colonie greche di Sicilia, intrapresero scavi in altre aree, tra queste quelli di  Megara Hiblea e Lentini.

Le campagne di scavo a partire dagli anni 60 sotto la direzione dell’archeologa Paola Pelagatti:

All’inizio degli anni 60 arriva a Naxos una giovane studiosa bolognese, Paola Pelagatti, da poco in servizio presso la Soprintendenza alle antichità della Sicilia Orientale di Siracusa.

Sembrava avere le carte in regola per continuare gli  scavi nell’area di Naxos, benché ancora giovane vantava già l’acquisizione di  importanti titoli ed esperienze nel campo dell’archeologia tanto da indurre il Soprintendente Luigi Bernabò Brea ad affidarle all’inizio degli anni 60 la direzione delle prime ricerche su aree importanti come Siracusa, Camarina e naturalmente Naxos.

La Pelagatti si rivelò ben presto  la carta vincente per le ricerche su Naxos. Il suo impegno tenace, la sua totale dedizione agli studi ed agli scavi della città contribuirono a dare un forte impulso agli scavi archeologici sulla città. E’ stata la protagonista degli scavi su Naxos che a partire dagli anni sessanta guidò fino al 1979. Al suo impegno si deve anche la costruzione del Museo di Naxos inaugurato il 1° aprile 1979 dall’allora Presidente della Regione Piersanti Mattarella.

Il contributo della Pelagatti è stato tale per la città di Giardini Naxos che in occasione del gemellaggio con la Naxos cicladica, il sindaco dell’epoca Salvatore Giglio, il 30 ottobre 2000 le ha conferito la cittadinanza onoraria.

 

Paola Pelagatti in una conferenza negli anni 60' del 900

Paola Pelagatti in una conferenza negli anni 60′ del 900

 

 

 

 

 

 

 

L'archeologa Paola Pelagatti a Giardini negli anni 60 del 900

L’archeologa Paola Pelagatti a Giardini negli anni 60 del 900

 

 

Paola Pelagatti al Museo di Naxos nel 2000

Paola Pelagatti al Museo di Naxos nel 2000

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Le campagne di scavo negli anni 80 e 90 sotto la direzione della dott.ssa Maria Costanza Lentini

 

Maria Costanza Lentini e Paola Pelagatti

Maria Costanza Lentini e Paola Pelagatti

Con l’inizio degli anni 80  si volta pagina. A sostituire la Pelagatti, viene mandata una altra giovane studiosa, l’archeologa Maria Costanza Lentini, la quale nominata direttrice del Museo di Naxos continua le ricerche sull’area dell’antica colonia greca.

Nel 1980, a nord della città in prossimità dell’area portuale, viene fatta un’altra importante scoperta che è quella della necropoli più antica della colonia greca, rimasta invita probabilmente fino al VI secolo.  Le nuove ricerche sotto la direzione della Lentini, si concentrano soprattutto su quei livelli della città risalenti al V° secolo  a.c., quindi all’età classica. In primo luogo viene esplorata la Platea B che era uno dei più importanti assi stradali.  Successivamente a partire dal 1983 nel corso di diverse campagne di scavo viene riportata alla luce una larga parte di uno degli isolati urbani (settore settentrionale della città) ubicati lungo la platea C.

Si tratta di importanti scoperte perché illustrano com’era l’architettura domestica delle case dell’età classica. Nel 1985 venne rinvenuto un piccolo tesoro formato da 22 tetadrammi d’argento, probabilmente coniate in Sicilia nella seconda metà del V sec. a.c. a seguire viene rinvenuta l’ubicazione dell’arsenale della città e quindi del porto (Neoria). Si tratta  di resti di un antica struttura del V° secolo a.c. che richiama quella di un arsenale navale. Fu trovata in prossimità della parte orientale della collina Larunchi vicino dove oggi è stata costruita l’omonima via.  Questa scoperta fa supporre che se li vi era l’arsenale dove venivano ricoverate le navi e le imbarcazioni per eventuali riparazioni, altri interventi o semplicemente come riparo dalle mareggiate, il porto doveva essere situato proprio in prossimità dello specchio di mare sottostante  il castello di Schisò.

In questa stessa area (all’incrocio tra la platea C e lo stenopos 6, è stato rinvenuto uno  spazio ampio in terra battuta senza la presenza di costruzioni sulla quale è appoggiata una base quadrangolare (m. 3,70 x 3,50). Le caratteristiche del luogo e del basamento ritrovato, la sua ubicazione, vicino al porto, hanno fatto supporre che quello poteva essere il luogo dove sorgeva la famosa agorà, l’altare dedicato ad Apollo Archegete.

Intanto le ricerche continuano e si spostano sul territorio ad ovest del torrente Santa Venera. E’ sempre l’area sacra ad essere oggetto di nuovi saggi. Ed i risultati non tardano a venire visto che vengono scoperti altri due tempietti risalenti al VI secolo a.c. e due lunghi muri di contenimento. Nel contesto vengono trovate una notevole quantità di terracotte  decorate.

Intanto con l’avvento degli anni novanta altre importanti tappe segnano il tortuoso cammino delle ricerche su Naxos. Il museo e l’area  archeologica vengono sempre più pubblicizzati ed inseriti nei principali circuiti turistici dell’isola. Nel 1990 poi l’intera area della penisola di Schisò viene demanializzata, comprende circa 25 ettari.

Il 1995 che segna un’altra tappa importante della storia degli scavi di Naxos. Il 5 giugno 1995 viene aperta al pubblico l’intera area demaniale dove viene inaugurato un lungo percorso che attraversando i resti dell’antica città consente al visitatore di arrivare fino alle mura del versante occidentale in prossimità del torrente Santa Venera.

L’apertura al pubblico dell’area demaniale è stata un primo passo per meglio valorizzare e far conoscere al mondo l’esistenza di un area così importante.

  Altri preziosi contributi sono arrivate anche dagli amministratori di Giardini Naxos i quali nel corso degli anni novanta hanno programmato ed ottenuto una serie di finanziamenti dalla Comunità Europea per valorizzare l’area in prossimità del torrente Santa Venera. Tra questi interventi basta ricordare i circa cinque miliardi spesi per la costruzione della piazza intitolata ad Apollo Archegeta, di un isola pedonale che costeggia una parte dell’area archeologica, un percorso lastricato che costeggia il torrente Santa Venera fino al mare lungo le antiche mura di Naxos.

Nel 2007  l’intera area è stata trasformata con un decreto assessoriale regionale in Parco Archeologico e, qualche giorno fà, è arrivata anche la sua autonomia gestionale.  

 

I Neoria - lArsenale navale di Naxos

I Neoria – lArsenale navale di Naxos

Campagna di scavi nell'area dei Neoria

Campagna di scavi nell’area dei Neoria

Il Parco Archeologico di Naxos

Il Parco Archeologico di Naxos

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2 La Piramide di Presti“Benvenuta a Stesicorea!” Una voce calda, avvolgente, morbida e determinata allo stesso tempo, mi raggiunse attraverso le scale, ampie ma ripide, di una casa antica del centro di Catania. Stavo per incontrare Antonio Presti, il mecenate della Luce, come ho imparato a chiamarlo. L’artista mecenate lo conosciamo , dai tanti eventi da lui promossi in tutta la Sicilia, uno per tutti il “Rito della Luce” creato per Librino, un quartiere periferico di Catania. Lo contattai telefonicamente, per la prima volta, qualche mese fa per partecipargli il mio disappunto agli “ostacoli” che gli avevano impedito di realizzare l’ultima edizione del suo amato “Rito della Luce” programmato per il 21 dicembre scorso a Librino. Sentii subito, dal tono della voce e dal calore umano che arrivava dal cellulare, una sottile e tangibile delusione per l’incapacità di alcuni esseri umani di comprendere l’importanza della difesa della cultura dell’essere. Percepii una pudica, celata, richiesta di condivisione, quasi con-passione, per quella vicenda che lo faceva sentire solo e deluso. Quelle parole mi suscitarono un indecifrabile e viscerale senso di appartenenza ai suoi ideali e valori: era come se ci fossimo conosciuti da sempre! Dopo vari tentativi di incontrarci andati a vuoto per reciproci impegni, quel pomeriggio di inizio primavera lo chiamai, sperando di trovarlo a Catania per chiedergli un incontro. Così fu. “Si, sono a Catania ed ho del tempo libero, ti aspetto alle 18”. Quella voce carica di pacato entusiasmo, adolescenziale freschezza frammista ad autorevole maturità e conoscenza dell’animo umano, mi riempiva di curiosità per l’imminente incontro. Le aspettative non andarono deluse!

Ma chi è Antonio Presti veramente, oltre il personaggio che pagine e pagine di giornali hanno raccontato? Chi stavo per incontrare?

Mi ero documentata in modo impeccabile sul suo impegno sociale e culturale, approfondendo le mie conoscenze….. Antonio Presti, artista mecenate, ha avuto l’intuizione e il coraggio di cambiare il concetto di arte e accoglienza turistica, in una terra di gattopardiana impronta, dove tutto cambia affinché nulla cambi, esprimendo il meglio delle risorse umane della nostra terra. Nato a Messina, ad un certo punto della sua vita decide di dedicare tutto se stesso, compreso il suo patrimonio personale, per far trionfare l’arte in tutte le sue forme. È impegnato da anni a creare una coscienza legata alla cultura ma soprattutto ad uno spirito etico, che si forma proprio attraverso un rapporto viscerale con la bellezza.

        Nel 1982 costituisce l’Associazione Culturale Fiumara d’Arte della quale è presidente. Dopo aver iniziato a studiare ingegneria edile all’Università di Palermo interrompe gli studi per portare avanti l’impresa del padre scomparso, un azienda a Castel di Tusa specializzata nella produzione di materiali per la costruzione di strade. Tuttavia, ben presto, matura l’idea che l’attività ereditata dal padre non rappresenta il suo futuro. Capisce che è importante dare un senso all’esistenza e sceglie l’arte come dimensione che permetta di dare continuità alla vita. Decide così di dedicarsi anima e corpo alla sua vocazione di “artista”. L’arte e l’etica diventano i due obiettivi conduttori di tutte le sue scelte. In ricordo della figura paterna, immagina un percorso artistico che esprima continuità tra la vita e la morte, a simboleggiare la conservazione della memoria attraverso l’arte contemporanea. Nasce così il Parco scultoreo di Fiumara d’Arte. Volendo dedicare alla memoria del padre un monumento, si rivolge allo scultore Pietro Consagra, che crea per l’occasione la scultura “La materia poteva non esserci”, la prima opera che, nel 1986, inaugura Fiumare d’Arte, un museo a cielo aperto. Presti immagina di non farne un semplice fatto privato, ma di donare la scultura alla collettività collocandola alla foce della Fiumara di Tusa, un letto di un antico fiume che in un tempo lontano scorreva tra i monti Nebrodi per ventuno chilometri fino all’antica Halaesa. Da quel momento la creatività, la passione per l’arte e l’amore per la bellezza diventano irrefrenabili per Antonio Presti. Altri nomi si aggiungono alla rosa degli artisti di fama internazionale, ed altre opere arricchiscono quello che il 6 gennaio 2006, dopo 25 anni di battaglie, viene riconosciuto il Parco di Fiumara d’Arte con la legge Regionale n. 6/06 denominata: “Valorizzazione turistica-fruizione e conservazione opera di Fiumara d’Arte“.
Tra i prestigiosi artisti che arrivano a Fiumara d’Arte incontriamo Paolo Schiavocampo, al quale Presti commissiona l’opera una “Curva gettata alle spalle del tempo”, posta sulla strada che porta a Castel di Lucio. Successivamente Hidetoshi Nagasawa crea la “Stanza di barca d’oro”, sul torrente Romei, Antonio di Palma dà vita alla scultura “Energia mediterranea”, mentre “Il labirinto di Arianna” è opera di Italo Lanfredini. Si aggiungono negli anni “Monumento per un poeta morto” (finestra sul mare) di Tano Festa, “Il muro della vita”, opera di quaranta artisti ceramisti provenienti da tutta Europa. Nel 1991, Presti inaugura l’Atelier sul mare, un albergo a Castel di Tusa, affidando a vari artisti la realizzazione delle camere. Da subito l’albergo diventa un albergo-museo d’arte contemporanea unico al mondo, dove poter trascorrere le proprie vacanze culturali e ricreative, all’interno del Parco di Fiumara d’Arte. La realizzazione di 20 delle 40 camere dell’Atelier sul Mare viene affidata ad artisti di fama internazionale. I nomi delle camere sono già un invito a sognare ad occhi aperti. “La stanza della pittura“, “La stanza della terra e del fuoco“, “La stanza del mare negato“, “La stanza dei portatori d’acqua“, “La stanza del rito della luce“, “La stanza del profeta“, “Energia“, “Trinacria“, “Mistero per la luna“, “Sogni tra segni“, “La bocca della verità“, “Il nido“, “Su barca di carta mi imbarco“, sono solo alcuni nomi evocativi della bellezza e della magica atmosfera che si respira all’interno delle camere. La dedizione per la bellezza ed un viscerale impegno sociale e culturale spingono Presti, nel 2009, a donare a Librino la “La porta della bellezza”, prima opera monumentale del museo all’aperto “Terzocchio Meridiani di Luce”. Il 21 marzo 2010 al Parco Fiumara d’Arte si aggiunge una nuova scultura, la “Piramide-38° parallelo”, imponente opera di Mauro Staccioli, che diventa da subito punto d’incontro di scolaresche del territorio del Parco dei Nebrodi e di quello delle Madonie, ma anche punto di riferimento di chi condivide con Antonio Presti, ogni anno per il solstizio d’estate, il Rito della Luce, al quale viene affidato l’illuminazione delle coscienze per un mondo migliore.

Queste, ed altre notizie, le avevo già lette e con questi pensieri continuai a salire le scale della sua casa di Catania. Non potevo immaginare che quell’incontro avrebbe ridato vigore ed entusiasmo al mio percorso evolutivo. Sull’ultimo scalino, nella penombra, mi accolse una sagoma imponente ma eterea, che si spostava continuamente davanti alla porta d’ingresso spalancata, facendo da contraltare alla luce fioca e rarefatta di quell’androne che lasciava intravedere le grandi finestre esposte sulla strada. Una vigorosa stretta di mano seguita da un abbraccio ampio e avvolgente, il sorriso di chi sa come accogliere gli ospiti. Facemmo pochi passi raggiungendo una saletta arredata in modo essenziale, da dove si intravedevano altre sale attigue abbellite con stampe e quadri appesi ai muri. Ad attenderci un grande tavolo ricolmo di libri e giornali, e due poltrone un pò datate ma comode, dove sedendomi mi  sentii finalmente e inspiegabilmente a casa. Ebbi l’impressione che fossimo due amici che si erano persi di vista da un po’ di tempo. Ci scambiammo opinioni concitate, come se attendessimo quell’incontro da tanto tempo. Tra una battuta sul modo di fare politica in Sicilia ed un commento sul reciproco impegno culturale, che concordavamo essere stancante ma fonte di rinnovo emozionale e psichico irrinunciabile, quasi fosse adrenalina allo stato puro, lentamente affiorava nello sguardo di quell’amico ritrovato un senso di delusione sull’”andazzo delle cose nella nostra terra”. Tra una battuta e l’altra vedevo emerge l’indole battagliera di chi non intende arrendersi alla miopia umana, forte della propria visione della vita, scevra dai consueti schemi sociali, espressione di un’intelligenza che non si lascia imbrigliare dalle catene del conformismo, consapevole che solo credendo fermamente in ciò che si fa si ha l’opportunità di portare a compimento il proprio senso della vita.
Con grande stupore per la contrapposizione tra l’età cronologica che intuivo e la giovinezza di spirito di chi progetta l’inizio di un percorso finalizzato ad un futuro migliore da condividere con i propri simili, mi ritrovai davanti ad uomo visibilmente e miracolosamente rimasto “bambino”. Spiazzata per la sorpresa di intravedere quel fanciullino che, nonostante le vicissitudini della vita, la gloria degli umani riconoscimenti per avere voluto lasciare all’umanità opere di inestimabile valore, e per il suo impegno sociale, umano ed artistico, sia riuscito a mantenere intatto lo stupore, l’entusiasmo e l’innata capacità comunicativa di una essenza non ricattabile dai consensi sociali. Antonio cominciava a parlarmi del suo prossimo progetto, ideato, custodito, accarezzato come in un sogno lucido, quello di trasferire la Fondazione Fiumare d’Arte e le sue opere da Castel di Tusa a Taormina, alle Rocce, uno sperone di terra incantevole e incontaminato, antistante Isolabella, “luogo da preservare e proteggere dagli umani appetiti”, condivididemmo. A mano a mano che le parole della nostra comunicazione si intrecciavano in una visione comune del senso dell’esistenza, l’artista mecenate veniva fuori, tra affanni e speranze, tra desiderio di trasferire la sua Fondazione Fiumara d’Arte sulla riviera ionica, e la consapevolezza dei limiti che spesso la pochezza umana pone nel riconoscere i grandi e le grandi idee. Antonio si trasformava, sotto i miei occhi incantati per tanta coinvolgente passione per quello che sognava di realizzare, e come un fiume in piena cominciava a parlarmi di un’isola abitata da farfalle di ogni dimensione, dalle ali pittate dai più svariati e scintillanti colori , specie provenienti da tutto il mondo. Seguivo mentalmente l’esplosione di colori sullo sfondo azzurro del cielo e del mare di Isolabella, l’immaginazione ormai sbrigliata inseguiva quegli esseri alati multicolori, che riempiono gli occhi e il cuore di gioia appena ne incontri uno, figuriamoci un’intera isola abitata da farfalle leggiadre e luminose! Mi perdo nei suoi cangianti occhi verde muschio, che cambiavano colore a secondo delle emozioni che esprimevano, e ritornai bambina! Le ore passavano, e non riesco più a ricordare, forse attardandomi ad ammirare il giardino esotico delle Rocce che intanto Antonio aveva appena finito di descrivermi, come mi ritrovai alle pendici dell’Etna, in uno di quei paesini così lindi e freschi che sembra di stare in Trentino. “Mi piacerebbe – disse improvvisamente – ripartire da qui”. Sobbalzai, non ancora abituata alla semplice bellezza di un borgo abitato da poche anime, dove il tempo sembrava essersi fermato, e il rintocco delle campane accarezzava l’udito, come il profumo delle rose l’olfatto, e i vasi di gerani e ortensie la vista. “La bellezza dell’essere va coltivata e custodita nei bambini. Che bello sarebbe poter lavorare con i bambini, e i genitori, di un piccolo paesino sperduto tra boschi e gli scorci reconditi della selvaggia bellezza dell’Etna. Educare i bambini a vedere la luce dell’invisibile, per renderla visibile solo agli occhi del cuore. Bisogna affidare il futuro delle nuove generazioni alle reti delle scuole, ai bambini che trasferiscono ad altri bambini il bell’essere che imparano a vedere con gli occhi dell’anima. Affidare la continuità di queste iniziative di risveglio delle coscienze a chi ha imparato ad amare incondizionatamente il luogo dove è nato. Guidare i piccoli ad acoltare il silenzio, e a vedere la bellezza e la luce interiore con gli occhi chiusi ……”. Chiusi gli occhi anch’io, e mi abbandonai allo spettacolo dell’anima che Antonio mi dipingeva con magistrale semplicità, tra il reale e fantastico, tra il sogno e l’innocente entusiasmo di chi ha il cuore puro come una colomba, ma abbastanza esperienza per avere la smaliziata visione dell’entourage culturale dove opera. Nelle sue parole, la concretezza di chi sa quello che vuole e come ottenerlo, consapevole dei grandi cambiamenti epocali che l’umanità sta attraversando. Mi riconoscevo nelle sue parole, nel suo impegno distaccato e partecipato allo stesso tempo. Quanti anni e quanto lavoro avevo fatto con la mia piccola associazione Mea Lux, creata per far emergere la scintilla divina di cui ciascun essere vivente è portatore. Come la sua Fondazione, avevo gettato tanti piccoli semi, meno grandi dei suoi, ma disseminati con lo stesso amore incondizionato per questa isola piena di contraddizioni. La luce, l’evanescente consistenza, la bellezza rarefatta dei paesaggi dell’anima, che Antonio Presti trasferisce a chi ha la fortuna di incontrarlo, non li dimenticherò mai. E allora Antonio, mi chiedo e ti chiedo: “a furia di vedere tante brutture i nostri occhi si sono chiusi alla vita, abituandosi al buio della rassegnazione? Quante volte ancora dovremmo vedere stagioni di luce negate da uomini di poco spessore che, inconsapevoli, rallentano il vero progresso dell’umanità? Il vero progresso è fatto di crescita spirituale e fiducia nel proprio potere personale di cambiare le sorti dell’umanità, risvegliandosi a nuova vita!
Oltre quello che ci siamo detti durante il nostro incontro, immagino un dialogo futuro, fatto di progettazioni costruttive. C’è già un primo appuntamento, il consueto raduno a Motta d’Affermo, ai piedi della magica Piramide posta sul 38° parallelo, per il rito del solstizio d’estate il 21 giugno prossimo. Notte di solstizio, notte magica, notte cruciale di astri, celebrata, temuta e osservata fin dalle più antiche civiltà. Il giorno uguale alla notte. La vita uguale alla morte. Il ciclo della natura che si ripete puntuale in questo giorno, ogni anno, così come quello umano, magnificando il superamento della dualità, fondendo le contrapposizioni nell’Uno Cosmico.
In una terra fatta di luci e ombre è una fortuna che ci siano ancora persone come Antonio Presti. L’entusiasmo con il quale Antonio partecipa agli altri la bellezza  e la gioioa della vita, le relazioni autentiche, la semplicità e la gioia dell’esistenza, la condivisione delle risorse culturali del nostro patrimonio isolano, contribuiscono a far risplendere di luce propria questa bellissima terra! La trasmutazione alchemica, di cui l’alchimista Antonio Presti conosce i reconditi segreti di realizzazione, può costituire il faro da seguire affinché Fiat Lux!

Il 21 giugno 2015 alla Piramide-38° parallelo……….. chi ha occhi per vedere vedrà.

                             Angela Lonbardo

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