LUGLIO 2020
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Lei è autore del libro I giorni della pestepubblicato dalle Edizioni di storia e studi sociali: quali mali profondi della nostra società ha reso evidenti l’emergenza sanitaria del Covid-19?

Il Covid 19 ha rovesciato, a ben vedere, il vaso di Pandora, rivelando in primo luogo le illogicità dei paesi più ricchi e interconnessi, dell’Occidente europeo e atlantico in particolare, che poi sono quelli che più stanno subendo l’attacco epidemico. Negli ultimi decenni, a dispetto delle crisi, il mondo ha cambiato volto, sospinto dalle grandi economie sistemiche e dal gigantismo tecnologico, che hanno generato presunzioni di onnipotenza a tutti i livelli. L’intelligenza artificiale, i supporti satellitari, il web e i nuovi modelli dei consumi hanno portato a credere in una sorta di realtà aumentata, dove ogni risorsa è attingibile e a portata di mano, o di click. Tutto appariva perciò perfetto, infallibile, supremo. Era però solo una parvenza, un film. Attaccato frontalmente dal nuovo virus asiatico, il re, come nella favola di Andersen, si è ritrovato infatti nudo, attonito e senza difese, privo quindi di quel carisma imperioso che aveva sempre ostentato. In questi mesi lo si è visto arrancare, brancolare nel buio, ottenebrato da una paura crescente che, a fronte della minaccia reale, lui stesso ha contribuito a rendere parossistica. Tanto tronfio e geloso dei «valori» di cui si sente il custode ultimo, dei suoi profitti e dei suoi arsenali, questo mondo si è rivelato, in larga parte, privo di senso strategico. Alcuni paesi non sono stati neppure capaci di munirsi in tempo di banali mascherine. Il Covid 19 ha rotto in sostanza il «giocattolo». Ha profanato fino allo scandalo le roccaforti della finanza globale, le città e le regioni più slanciate sul futuro, svelandone i bluff. E le risposte all’infezione appaiono davvero emblematiche di questo collasso razionale, che si esprime in vari modi, come, tra l’altro, la caccia all’«untore», la corsa esclusivistica al vaccino e i fucili d’assalto di cui vanno dotandosi le classi popolari e medie statunitensi, nella West Coast  in particolare, per sentirsi più protetti.

Cos’è la «peste» evocata dal titolo?

 

Come si evince da quanto detto, non è solo quella epidemica. La peste più temibile è annidata nei sistemi e nei processi cognitivi, nelle culture, nei modi di pensare delle società contemporanee, nel sostrato antropologico in definitiva. Essa avanza con le nuove paure, che rischiano di travolgere l’età dei diritti di cui parlavano nel secondo Novecento Hans Kelsen e Norberto Bobbio. Come dimostra, da tempo ormai, la diffusione dei populismi e di movimenti analoghi, sempre più si avverte un bisogno di «protezione» e di «sicurezza» per il quale diventa concepibile anche il sacrificio di libertà e diritti.  La peste viaggia con i risorgenti autoritarismi, con il restringersi del pensiero critico, che ha costituito nel mondo moderno e contemporaneo un presidio forte dei diritti e della democrazia. Le opinioni pubbliche tendono ad assuefarsi e a perdere quello stato di vigilanza attiva, quella reattività democratica che specie dalla metà del Novecento, con lotte sfibranti e costi molto elevati, ha cementato le strutture di quella «società aperta» di cui parlava Karl Popper. È andata mutando, in realtà, la percezione sociale delle cose, del , della vita, della morte, mentre li agi, l’opulenza e i comfort hanno abbassato sempre più la soglia del dolore e del tollerabile. Le sicumere tecnologiche e le presunzioni di onnipotenza coesistono allora con una perdita di senso, con un indebolimento, appunto, del sostrato antropologico. L’esito è quello di una rarefazione democratica che rischia di tradursi in regressioni aperte, nello smarrimento definitivo di quella razionalità attiva, conoscitrice e ordinatrice, civile in ultima istanza, che i Greci identificavano con il logos.

 

Quali precedenti storici è possibile richiamare per la situazione attuale?

 

La situazione epidemica di oggi costituisce per certi aspetti un unicum storico, e su questa unicità, non ancora ben rilevata sul piano analitico, credo sia opportuno riflettere un po’ d’ora in avanti. Le grandi infezioni del passato di cui ci giunge memoria, dalla peste di Atene del 430 a.C. fino alla Spagnola che esplose nel primo Novecento subito dopo la Grande Guerra, hanno avuto effetti pesanti sulle rispettive epoche, forse superiori a quelli che emergono dalle narrazioni letterarie e dalle fonti storiografiche. Ma a dispetto della loro immensa tragicità, hanno assunto, comunemente, movenze «taciturne», sciogliendosi negli sfondi delle epoche e facendosi, come altri elementi oggettivi, «paesaggio». È il caso di fare un esempio. Gli anni successivi alla Grande Guerra evocano, al cittadino bene informato oltre che agli storici, tante cose: gli sconvolgimenti della rivoluzione russa, il controverso trattato di pace di Versailles, la nascita e le prime evoluzioni del fascismo in Italia, l’uccisione di Rosa Luxemburg e Karl Liebknect, la nascita della Repubblica di Weimar in Germania, l’avvento in Europa dei partiti comunisti. Ed evocano, ovviamente, l’epidemia Spagnola che nella «penombra» di quegli eventi svettanti nei titoli alti dei giornali, mieteva decine di milioni di morti: influente ma immanente, incidente ma muta, letale ma implicita, devastatrice ma di fatto impolitica. E con questa dimensione taciturna le pestilenze storiche in senso lato ritornano a ben vedere nelle narrazioni: da Tucidide a Procopio di Cesarea, da Boccaccio al Manzoni, dalle gazzette novecentesche a Camus, anche quando esposte con toni emotivi e veementi.

 

E cosa avviene oggi, con il Covid 19?

 

L’infezione di oggi, di cui non si discute la gravità sul piano sanitario, rimane una fenomenologia a sé, polimorfica, che da alcune prospettive non ha davvero precedenti. Nelle parti più «progredite» della Terra è esplosa come una carica atomica, mediatica prima ancora che epidemica, che ha interagito in modo eclatante con la vicenda, gli ordinamenti, l’organizzazione sociale, gli assetti giuridici e l’ethos civile di gran parte dei paesi. Era già così quando si trattava di spegnere in maniera coesa il «focolaio Italia», e l’Unione Europea in primis, che avrebbe potuto agire, non è stata capace di farlo, per miopia. L’infezione da Covid non è «taciturna» come lo erano la peste di Atene, quella di Giustiniano, quella del Trecento, quella del 1630, il colera del primo Ottocento e la Spagnola. Non è il «paesaggio» silenzioso ma terribile e influente entro cui si compone un vissuto storico più o meno nodale. Declinandosi bensì come paura, fino al parossismo, diventa l’attore unico e dispotico attorno a cui ruota l’intera scena. Il fenomeno epidemico intercetta in sostanza i mutamenti antropologici, la «peste» cioè di cui si diceva. E qui potrebbe stare la chiave di tutto.

 

Quali allora le differenze di fondo tra passato e presente? Dove sta la frattura?

 

Proviamo a mettere insieme alcuni fatti. La Spagnola, come si è detto, causò un numero complessivo di morti di molto superiore a quello causato dalla guerra scatenata dagli Imperi centrali. Eppure non produsse un’ossessione «su misura». Non occupò la scena in maniera assolutistica. Non paralizzò. Fu combattuta bene e male, con i mezzi sanitari e le risorse materiali del tempo. E a dispetto della sua incidenza materiale e morale nella vita sociale non causò il dissesto economico degli Stati, che invece conobbero, dopo il tracollo momentaneo determinato dalla guerra, una significativa fase ascensionale, fino al crack statunitense del 1929. I giornali europei dei primi anni venti apparivano interessati, un po’ per calcolo forse, più alla strage dei Romanov di Russia a Ekaterinburg che all’epidemia che aveva devastato i continenti, destinata a sparire quasi anche dalla memoria pubblica, un po’ alla volta, nel clima confuso di quegli anni, che incubavano altre «pesti», morali e politiche. La condizione di oggi è, diversamente, quella di una crescente eccitazione, alimentata anche da organismi tecnico-scientifici. Come si diceva, il Covid 19 appare perfettamente allineato con l’antropologia del panico, con ripercussioni politiche e geopolitiche, sociali e istituzionali, che si profilano già immense e laceranti. Si parla di nuove guerre fredde. Si registrano abusi, reticenze, opacità di Stato. Si avvertono crepuscolarismi giuridici. Resteranno traumi. Se, nonostante tutto, il 1969, l’anno della pandemia di Hong Kong, la Spaziale, che solo in Italia fece decine di migliaia di morti, resta nella memoria di chi allora era ragazzo come l’anno della Luna conquistata, il 2020 sarà ricordato come il tempo «sospeso» del Covid 19, della reclusione a prescindere, della caduta improvvisa, del distacco sociale, di mortificazioni infine, emozionali oltre che civili.

 

Lei parlava di «pesti» morali e politiche, tra le due guerre mondiali. Trova delle relazioni con quella che ha riferito all’oggi?

 

Sì, è così. Sono ravvisabili, seppure obliquamente, delle analogie tra l’oggi e quella stagione del Novecento, quando l’Europa finì con il trovarsi al centro di una grande catastrofe morale e civile, che avrebbe provocato cinquanta milioni di morti e, tra questi, lo sterminio nei lager di milioni di ebrei, omosessuali, zingari, oppositori politici. Nel 1935, quando Hitler si proponeva ancora come un moderato «uomo di pace», mentre emanava le leggi di Norimberga, Johann Huizinga congedava alle stampe La crisi della civiltà, in cui con grande lucidità denunciava il declino della razionalità occidentale, che passava attraverso le teorie e le persecuzioni razziali, la repressione politica, l’umiliazione delle minoranze e, in ultima istanza, la preparazione della guerra. Anche oggi si è ad uno snodo pericoloso, in cui aleggiano progetti crepuscolari, che pure si presentano come innovativi e progressisti, in grado di trarre il meglio dalle tecnologie telematiche per migliorare la condizione umana. Si pianifica, e non è più uno scherzo, la scuola «da remoto», si rigetta la storia come un cascame inutile, si manifesta avversione per la conoscenza, per lo studio pensoso, mentre, accampando presunte cause di forza maggiore, si tende a rovesciare i paradigmi della trasparenza. Appare istruttivo infine che si cerchi di far passare la democrazia, aperta per definizione, attraverso il cappio di piattaforme telematiche chiuse, paradossali, gestite da privati, a latere, in maniera privatistica.

 

Quale futuro, a Suo avviso, per la società attuale? 

 

A dispetto degli allarmismi, la lettura del fenomeno epidemico fa ritenere, ragionevolmente, che il peggio stia passando, soprattutto in Europa. L’infezione ha seguito dei percorsi in fondo «logici», incanalandosi lungo le aree più interconnesse della Terra. Proveniente dalla provincia industriale e finanziaria dell’Hubei, in Cina, ha infettato maggiormente la Lombardia in Italia, la regione di Parigi in Francia, le aree di Barcellona e Madrid in Spagna, lo Stato di New York negli USA, le città più avanzate del Brasile, e così via. Sono state sconfessate, evidentemente, le analisi di esperti e comitati tecnico-scientifici che prevedevano catastrofi epocali in Africa, nell’America Latina più povera, nel Sud d’Italia, nei campi profughi della Grecia. Eventuali ritorni nelle aree già infettate si renderanno perciò «isolabili», di conseguenza gestibili in condizioni di relativa normalità. Non c’è tuttavia da illudersi. La sarabanda allarmistica sta già aggiornandosi, mossa ancora dai «fantasmi» che opprimono questa modernità avanzata. Ed è importante che a tutto ciò venga posto un argine. Si annunciano anni difficili ma il mondo civile può riuscire ad agguantare il timone della storia. Occorrono iniziative imponenti di rinascita morale e culturale, in difesa della democrazia. Si pensi alle resistenze d’Europa, alle Primavere e al migliore Sessantotto, che pose in campo, al di là dei radicalismi violenti, la generazione del Vietnam. Per stringere infine sull’Italia, occorre affermare con chiarezza che le libertà e i diritti, conquistati con affanni e olocausti, non sono negoziabili, le garanzie costituzionali vanno difese a prescindere, come è da difendere l’istruzione, dalle elementari all’università, dalle manovre di chi, ancora sotto l’influsso delle «pesti», vorrebbe virtualizzarla. Si prenda atto che il mondo telematico è solo un mezzo, da cui trarre informazioni, per organizzare meglio la vita. Risalire china è, in definitiva, possibile, ma è fondamentale che il Paese civile, ben al di là delle polarizzazioni dell’odio, alzi lo sguardo e getti in campo, con determinazione, la sua forza tranquilla, le sue risorse morali e il suo buon senso.

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COVID-19: NASCE A RAGUSA MASCHERINA RIUTILIZZABILE ALL’INFINITO.

ENORMI RISPARMI IN TERMINI DI COSTI E DI IMPATTO SULL’AMBIENTE.

SARA’ DISPONIBILE A FINE MAGGIO PER LA POPOLAZIONE.

I PRIMI PEZZI IN DONO A PROTEZIONE CIVILE, OSPEDALI E VIGILI DEL FUOCO

 

Drop Mask uso quotidiano

Drop Mask uso quotidiano

Ragusa, 20 aprile 2020 – Una mascherina di protezione, anche con visiera, che si compra una volta sola e non si getta perché è riutilizzabile all’infinito. “Drop”, questo il suo nome, ideata a Ragusa e pronta per la produzione dalla fine del prossimo mese di maggio, è frutto del Centro di ricerca e sviluppo e della collaudata capacità evolutiva della Cappello Group – azienda nota per avere creato innovazioni applicate alle energie alternative e al trattamento delle superfici dei metalli – per contribuire alla ripartenza del Paese.

Il progetto risolve due problemi dell’emergenza Covid-19: supera, con un unico acquisto, la difficoltà di reperire grandi quantità di mascherine monouso; e riduce l’impatto sull’ambiente non dovendo smaltirle subito dopo l’utilizzo. Due problemi importanti che si aggraveranno nella “fase 2”, quando tutti dovranno avere sempre con sé le mascherine, con maggiori costi a carico delle famiglie. Nel caso di “Drop”, invece, una contenuta spesa una tantum si rivelerà un risparmio quotidiano.

Lo spirito dell’iniziativa è anche quello di esorcizzare la paura del contagio trasmesso dalle “gocce” di chi è positivo al virus. Da qui il nome “Drop” (“goccia”, in inglese) e il design del frontale a forma di goccia. Il Centro di ricerca e sviluppo della Cappello Group, con un assemblaggio unico nel suo genere di materiali tecnologici disponibili in Italia, in poche settimane ha creato una mascherina riutilizzabile, resistente e leggera, versatile ed efficace, così come hanno confermato i test scientifici e la ricerca interna condotti sui prototipi di questo dispositivo di protezione “made in Sicily”.

Depositato il brevetto europeo, la Cappello Group a tempo record sta organizzando l’ampliamento dell’attività con la realizzazione della linea di produzione, che avvierà a fine maggio in piena sicurezza con 30 unità lavorative dirette e dell’indotto e con una capacità di fornire al mercato alcune migliaia di pezzi al giorno, raddoppiabile a regime così come l’occupazione. Info su www.dropmask.it, mail a info@cappellogroup.it

“Drop”, in attesa delle certificazioni e validazioni sanitarie, viene subito immessa sul mercato perché si rivolge prevalentemente alla popolazione, di cui vuole risolvere immediatamente un problema assai sentito. E, a conferma dello spirito soprattutto solidaristico del progetto, i primi esemplari di “Drop”, per un valore commerciale pari a 100mila euro, saranno donati dalla Cappello Group alla Protezione civile regionale della Sicilia, agli ospedali di Ragusa, Vittoria e Modica e al Comando dei Vigili del fuoco della provincia di Ragusa.

“Drop” è una maschera in gomma termoplastica anallergica (non stampata in 3D) con un coprifiltro che trattiene un filtro di protezione ad alte prestazioni, intercambiabile: insomma, una stratificazione di materiali termosaldati che offre una maggiore protezione contro le particelle disperse nell’aria. La maschera si usa, si lava, si igienizza e, semplicemente sostituendo il filtro, torna ogni giorno come nuova!

Il dispositivo offre ulteriore protezione agli operatori esposti ad alto rischio di contagio, grazie ad una visiera protettiva paraspruzzi aggiuntiva in policarbonato che si innesta con estrema facilità sulla maschera senza sostegno alla testa. “Drop Shield”, questo il nome della versione con la visiera, è un’innovazione sotto ogni punto di vista: offre protezione evitando di caricare il peso sulle tempie degli operatori, come fanno invece le normali visiere in commercio, e assicura un campo visivo ottimale.

“Drop” sarà acquistabile anche online attraverso una piattaforma digitale che l’azienda sta approntando in tempi record così da poter fornire capillarmente maschere, filtri ed eventuali accessori.

“Quella che stiamo vivendo è una vera tragedia e non potevamo stare a guardare – dice Giorgio Cappello, Ceo della Cappello Group – ma non volevamo nemmeno agire d’impulso, rischiando di vanificare il nostro apporto con una maschera non regolamentata e soprattutto poco sicura. Abbiamo, quindi, individuato le caratteristiche di un prodotto realmente efficace, riutilizzabile, economicamente vantaggioso e a basso impatto sull’ambiente, Abbiamo fatto innovazione utilizzando risorse umane, tecnologie e materie prime disponibili sul territorio nazionale senza dipendere da altre filiere industriali al di fuori dei confini italiani. In sintesi, abbiamo creato un prodotto ‘autoctono’ come forma di espressione imprenditoriale finalizzata alla salvaguardia della salute pubblica. Questa è la storia di ‘Drop’: 100% made in Italy”.

Giuseppe Cappello, presidente di Cappello Group, specifica i passaggi fondamentali: “La nostra maschera è stata pensata, disegnata e prodotta a Ragusa. Da qui siamo in grado di commercializzarla ovunque nel mondo. Da settimane siamo al lavoro e non potevamo che farlo in smartworking. Prima il progetto, la selezione e la scelta delle materie prime, la prototipizzazione, poi la linea di produzione e la fase autorizzativa. Ogni giorno riscontriamo la nascita di maschere con materiali e forme diverse. Molti di questi prodotti sono in commercio senza validazioni tecniche, men che meno scientifiche. Purtroppo c’è parecchia disinformazione sia da parte di chi progetta che di chi acquista. Nessuno di noi era preparato ad affrontare un pericolo tanto grande e insidioso ed è comprensibile la tendenza della gente a proteggersi con ogni mezzo. Noi abbiamo scelto di agire con prudenza e scrupolo, di comprendere e di seguire la strada che riteniamo più giusta. Non possiamo permetterci di approcciare a cuor leggero un tema così importante come la salute pubblica”.

 

Drop Mask cantieri

Drop Mask cantieri

Drop Shield

Drop Shield

DROP MASK_DROP SHIELD

DROP MASK_DROP SHIELD

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il Gruppo Cappello opera sul mercato da 55 anni. Un percorso di espansione iniziato con la lavorazione e la commercializzazione dei profilati in alluminio seguito da sistemi per serramenti a taglio termico con brand EKLIP, continuato con il trattamento superficiale dei metalli, verniciature industriali e la zincatura a caldo. Negli ultimi anni, con la nascita dei brand Micron e Coversun, il Gruppo è diventato un importante punto di riferimento per la produzione, la vendita e l’installazione di moduli fotovoltaici made in Italy, nonché per la fornitura di soluzioni destinate all’integrazione architettonica degli stessi moduli, offrendo la possibilità di realizzare sistemi energeticamente autosufficienti. Innovatori per vocazione, la famiglia Cappello è da sempre alla guida delle società.
Forte della grande tradizione storica e nel segno della continuità, rimane obiettivo prioritario l’esigenza di esprimere qualità mirata alla fornitura di servizi dagli standard elevati. Il sistema produttivo del Gruppo Cappello è oggi identificato sotto il marchio unico Cappello Group S.p.A.www.cappellogroup.it
distribuito su una superficie di 80.000 metri quadri, con tre stabilimenti destinati alla produzione e alla commercializzazione, tutti dotati di strutture moderne e tecnologicamente avanzate. La garanzia certificata, degli elevati standard produttivi, colloca questa prestigiosa realtà industriale ai vertici nazionali e internazionali nei mercati di riferimento.
Forte di un’esperienza umana e professionale formatasi all’interno del sistema produttivo, il Gruppo vanta un know-how in grado di rispondere alle sfide di un mercato sempre più esigente, offrendo soluzioni tecniche di sicuro successo.

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Ieri alla notizia del mio governatore Musumeci (mai amato da uno di sinistra come me…) ho riscontrato un sentimento di riconoscenza e simpatia nei suoi confronti, scaturisti da una semplice affermazione “In Sicilia si può andare a correre…”

Chi non corre non può capire. Non può sapere come ci si sente a farlo, cosa si guadagna con la fatica ma soprattutto la soddisfazione di averlo fatto. C’è chi ti guarda con rispetto e chi con invidia. Chi pensa che tu sia pazzo o che sia una crisi passeggera, che tanto tornerai presto a fumare o a bere e mangiare come se non ci fosse un domani. C’è chi ti disprezza pure, perché fai quello che vorrebbe fare pure lui ma non ha la forza di fare. Per uno come me che corre da 40 anni, capirete che mi sento super fortunato a potere svolgere una delle mie passioni preferite. Fai un gesto di egoismo buono: dedichi del tempo a te stesso per stare meglio con te e con gli altri, perché più sei soddisfatto di te, più distribuirai gioia e felicità in giro. “What goes around, comes around” diceva il buon Bob Marley: “Quello che semini, raccogli” tradotto al volo. Semini buon umore? Raccogli gioia. Semina l’amore e riceverai amore. E se la gente non ti capisce spiegagli perché corri.

Oggi dopo la notizia del governatore Musumeci, mi ritrovo a pensare il mio primo giorno che andai a correre in modo ufficiale, Orvieto caserma della terza brigata Granatieri di Sardegna e lì fui scelto insieme ad altri 50 reclute su 800 di fare il Bersagliere. Beh il 19 aprile 2020 per me e un’altra prima volta per ripartire, non solo per la mia adorabile passione “la corsa” ma anche per la mia e la nostra amata Italia… Ora vado a correre

Salvatore Battaglia

Disegno di Salvatore Battaglia

Disegno di Salvatore Battaglia

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IL NUOVO GENERE MUSICALE CHE AVANZA GRAZIE AL TALENTO EMERGENTE DI UN GIOVANE DEL SUD “FILIPPO ROMEO” AL TEMPO DELLA PANDEMIA

L’Accademia delle Prefi da sempre promotrice delle Arti e della Cultura cerca sin dall’inizio della sua fondazione di fare emergere i giovani talenti, abbiamo voluto conoscere e mettere in risalto un giovane Calabrese che con il suo Talento e la sua passione sta dando lustro alla sua terra e a tutto il sud “Filippo Romeo”.

Covid Freestyle Challenge: Anche il rapper Fily si mette in gioco contro il virus

Il successo della sfida “Covid Freestyle Challenge” lanciata da Emis Killa e seguita da molti altri come: Fred De Palma, Ghali e Salmo, diventa virale anche tra gli artisti emergenti.

Fily è uno di questi.

Ma prima di tutto… chi è? Scopriamolo subito.

Filippo Romeo, in arte Fily, nasce a Reggio Calabria.

È un rapper, o meglio dire, emo-trapper.

Inizia sin da piccolo ad amare la musica.

Con il tempo impara a suonare 3 strumenti, tra i quali: chitarra elettrica, batteria e pianoforte.

Oltre che rapper diventa un produttore, adattandosi a qualsiasi genere gli venga proposto.

Ogni personaggio pubblico, in questo periodo di quarantena, ha pensato di trasmettere qualcosa.

Per i cantanti l’unico mezzo è la musica, lui ha usato questa risorsa pienamente.

In questo freestyle ci dice che, anche se il messaggio è stato diffuso, esistono (purtroppo) ancora persone che violano la legge e le regole, facendo peggiorare così la situazione.

Nello stesso tempo possiamo trovare qualcosa di positivo, ovvero quello di stare a casa, godendo del proprio relax e stando soprattutto con la propria famiglia.

Ascoltando meglio questo freestyle possiamo affermare anche una cosa più che vera, ovvero, le persone che ignorano la questione si interessano solo al momento che prenderanno questo virus, ricordandosi la brutta esperienza e magari facendo più attenzione ad ascoltare la prossima volta.

Fily ha voluto aggiungere “A casa si può fare qualunque cosa, proprio come nei vecchi tempi. Anni fa la tecnologia di oggi non c’era e le persone non avevano il senso di noia come lo abbiamo noi adesso, con tutta la tecnologia a disposizione per giunta. Spero solo che questo freestyle arrivi ai più grandi, ma soprattutto, che arrivi a tutte quelle persone che non hanno capito il messaggio. Cerchiamo di rendere l’hashtag #iorestoacasa non solo una tendenza, ma anche un dovere. “

Dopo il suo messaggio facendo capire la realtà delle cose, beh…non ci resta che apprezzarlo e seguire il suo consiglio!

E voi, lo avete ascoltato il suo freestyle? Se non lo avete fatto andate a visitare il suo profilo e se vi va seguitelo, non ve ne pentirete…

Il Presidente dell'Accademia delle Prefi ed il Rapper Fily

Il Presidente dell’Accademia delle Prefi ed il Rapper Fily

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

JACK & THE STARLIGHTERS

È uscito il nuovo videoclip  CON LA VOCE DEL PREMIER CONTE   omaggio al mondo che resiste al coronavirus   “MASCHERE SENZ’ANIMA”

Un omaggio all’Italia, ma anche al pianeta Terra che resiste al coronavirus, in un mondo fatto di “maschere pirandelliane”, dove oggi la mascherina è strumento sì di difesa, ma anche di impersonalità che cela le emozioni.

La canzone più attuale del momento si intitola “Maschere senz’anima”, interpretata nel nuovo video della rock band italiana Jack & the Starlighters.

IL  VIDEOCLIP

Girato grazie agli interventi degli ammiratori del quartetto sparsi in tutto il mondo – che al momento sono in regime di quarantena – e montato da Alessandro Vancardo con Gioacchino Cottone, “Maschere senz’anima” è un invito a distrarsi dalla cronaca attuale, fatta di morte e dolore, e a “scappare via” da questo mondo dove siamo costretti a indossare delle maschere che ci rendono senza un volto, senza un carattere e senza una emozione.

Il brano, scritto da Gioacchino Cottone, che è anche regista del video, è stato arrangiato da Graziano Mossuto e ha ottenuto il mastering a Londra agli Abbey Road Studios, nelle stesse stanze dove in passato hanno lavorato i Beatles, i Pink Floyd, i Queen, gli U2 e i Coldplay.

«La donna invocata nella canzone – spiegano i componenti della band – è la natura, che si è ribellata, attraverso questa pandemia, all’uomo. “Maschere senz’anima” è un grido per superare la tempesta che stiamo vivendo, nella speranza che tutto finisca».

Il video parte con la voce del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Il brano è cantato e suonato da Gioacchino “Jack” Cottone (voce), Dario Lo Giudice (basso), Danilo Mercadante (chitarra) e Fabrizio Pacera (batteria).

 

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MINIBIOGRAFIA – Jack & the starlighters nascono nel 2002. Jack è la voce solista, Dario Lo Giudice il bassista, Danilo Mercadante la chitarra solista e il tastierista, Fabrizio Pacera il leader della batteria e delle percussioni. Il gruppo ha in attivo oltre 4 mila concerti tra piazze, locali e apparizioni televisive. Tra queste ultime spiccano l’essere stati doppiamente protagonisti di due scherzi organizzati dal programma televisivo “Le iene” di Italia uno. Il primo vede protagonista Jack: https://www.iene.mediaset.it/video/pasca-ti-devo-dire-una-cosa-_70450.shtml. Il secondo l’intera band: https://www.iene.mediaset.it/video/pasca-ti-devo-dire-una-cosa-_70510.shtml. Nella sua versione allargata la band vanta in curriculum anche un tribute show a Otis Redding: https://www.youtube.com/watch?v=Da-0ApNZeIU. Nel 2018 hanno pubblicato il videoclip “La Gitana”: https://www.youtube.com/watch?v=oE48P51tt5w. Nel 2019 è uscito “Good times roll”: https://www.youtube.com/watch?v=8R8iLPKkCxc.

 

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«Gli uccelli» di Hitchcock, il progresso che implode e le logiche del virus

 di Carlo Ruta

(storico e saggista)

 Ricordate «Gli uccelli» di Hitchcock? Quel film uscito nel 1963, tratto dall’omonimo racconto di Daphne du Maurier del 1953, fu un vero colpo di genio. Non fu tanto compreso dalla critica del tempo, mentre le sale si riempivano, per i suoi scenari orridi ma attraenti, la spettacolarità delle immagini e forse anche per la trama inusuale, lasciata quasi in sospeso, come se la fine, solo implicita, la si dovesse ricercare altrove. Lo stesso Hitchcock, come rimarcano le locandine del tempo, lo considerava il film forse più impressionante tra quelli che aveva diretto, che pure includevano quel caso fenomenale e inquietante che era divenuto Psycho, uscito tre anni prima. Le letture sono state tante, ma il senso ultimo dell’opera credo che si possa ravvisare nelle parole sentenziose dell’alcolizzato del villaggio, che tanto più oggi appaiono profetiche. Quell’uomo «finito», ultimo nella scala sociale degli States, annunciava a suo modo, citando la Bibbia, quel che adesso, 58 anni dopo, è a tutti drammaticamente chiaro: la natura, piegata dalle bizzarrie di questa modernità, tecnologica e violenta, è pronta a passare al contrattacco.

La storia umana è stata attraversata da epidemie letali, come la peste, la lebbra, il vaiolo e il colera, per dire delle maggiori e delle più ricorrenti, legate essenzialmente alla scarsità endemica di risorse, alle cattive condizioni di vita dei popoli, alla promiscuità, alle carestie, alle guerre, ai grandi disastri naturali. Ma la tarda modernità presenta un quadro epidemico diverso e più ampio, con infezioni che rompono in qualche modo il cliché storico. Sono i casi, ad esempio, dell’aviaria e della suina che, manifestatesi con virulenza solo negli ultimi decenni, hanno indotto scienziati e organismi internazionali a denunciare le condizioni di vita degli animali negli allevamenti intensivi per l’industria alimentare. Ma è il covid 19 a fornire il riscontro decisivo di questa rottura, infettando paesi e sistemi come mai era avvenuto da quasi un secolo, in maniera emblematica e seguendo tragitti che lasciano intravedere perfino un senso, una logica.

Gli epidemiologi hanno documentato che il contagio ha preso le mosse soprattutto dai famigerati wet market, ambienti asiatici in cui cani, gatti, galline, capre ed esemplari di altre specie, ammassati in gabbie strette e malsane, vengono macellati a vista, per essere venduti o serviti a tavola. È un dettaglio della Cina di oggi, che con il suo il suo gigantismo industriale non evoca più la Via della seta, né gli itinerari delle spezie, né il Catai di Marco Polo. È, più in particolare, la Cina dell’Hubei, la popolosa provincia che fa capo a Wuhan, megalopoli di circa 12 milioni di abitanti, interconnessa con le aree più avanzate della Terra. Muovendo da tale «finestra» spalancata sul mondo, maggiormente in direzione ovest, il virus finisce con il seguire allora un canovaccio selettivo. I maggiori focolai si attestano infatti nelle aree più industrializzate dei paesi: la Lombardia in Italia, la Catalogna in Spagna, la regione parigina in Francia, la Renania in Germania, lo Stato di New York negli USA. A dispetto delle previsioni di non pochi osservatori, l’infezione fa fatica ad attecchire invece nell’Africa più profonda, che ha conosciuto pochi anni fa l’Ebola, il più «tradizionale» dei nuovi morbi, mentre progredisce leggermente in Sudafrica, lo Stato più facoltoso ed estroverso del continente, e in alcune aree relativamente connesse con l’Europa mediterranea, come l’Algeria e l’Egitto.

Continua a cedere perciò, in un quadro di omologazioni che non conoscono limiti, l’immagine di un Occidente e un Oriente distanti e polarizzati, ossia di due concezioni irriducibili della modernità e della tradizione. L’Asia in questa drammatica vicenda finisce con il rappresentare in sostanza l’interconnessione più spavalda del mondo contemporaneo, cioè il tutt’uno del globale. Si rovescia inoltre lo schema corrente secondo cui il contagio virale, quasi per una legge di natura, che in realtà non esiste, dovrebbe muovere dal mondo «povero» al mondo «ricco», in un ordine concettuale in cui contano più le risorse tecnologico-industriali di quelle morali e, soprattutto, solidali, che nel mondo degli «ultimi» costituiscono per forza di cose il pilastro fondamentale della vita sociale. Pensiamoci: solo dai Tuareg e da popoli della stessa tempra, vissuti per secoli tra le stesse difficoltà, poteva nascere una massima come quella, davvero spettacolare, che afferma: «il tuo nemico è l’amico che non conosci». E si sta parlando di una terra, l’Africa, che ha vissuto, vive e vivrà ancora, chissà per quando, in un’ecatombe di guerre, carestie, epidemie letali dal timbro antico, siccità e ogni genere di calamità civile.

La realtà, sovvertendo non pochi luoghi comuni, inscena insomma paradossi, a fronte della catastrofe che stanno vivendo i paesi ad economia avanzata, che alla fine, come ormai appare evidente, conteranno centinaia di migliaia di morti, se non addirittura milioni, e dovranno fare i conti con un dopo non meno difficoltoso. Il fatto che il virus non stia scatenandosi nei luoghi-simbolo della povertà ma, di preferenza, nel mondo bene ordinato dei sistemi egemoni, come i corvi nella cittadina di Bodega Bay nell’area metropolitana di San Francisco di cui narrava Hitchcock, ci permette di capire qual è il messaggio e, più ancora, chi è il destinatario.

Il mondo ricco e potente delle metropoli industriali e finanziarie è chiamato oggi a risposte cruciali, che non appaiono tuttavia neppure sottintese in questi giorni drammatici, in cui la partita, in Europa ad esempio, si gioca tra l’interesse egemonico-politico e il ricatto finanziario. L’impressione è quella di mondi che, pur dominatori del PIL mondiale, appaiono sempre meno capaci di leggere la storia e il presente, mentre si parla, sempre più a sproposito al cospetto dei tanti morti, di «occasione storica». Si sente dire che niente sarà più come prima, ma ci si rapporta alla realtà con gli appetiti di sempre, mentre irrompono in scena, appunto, i veri «padroni del vapore». Non si è più lucidi in realtà di quel Luigi XVI che alla notizia della caduta della Bastiglia, nel 1789, domandò al duca di Liancourt se fosse in atto una «rivolta», per sentirsi rispondere che si trattava di una «rivoluzione».

Da decenni viene documentato che si è oltre il livello di guardia. E c’è chi lo ha spiegato in maniera esemplare, con una messe di argomenti, come il pensatore tedesco-statunitense Hans Jonas, quando ha sottolineato le responsabilità dei sistemi contemporanei rispetto alla natura, alle generazioni ancora non nate e a tutti i viventi. Si pensino bene allora le mosse da compiere, perché lo scaccomatto, corroborato dalle stoltezze di chi insiste a credersi invulnerabile, rischia di essere davvero dietro l’angolo.

Carlo Ruta

Carlo Ruta

Lo storico e saggista Carlo Ruta

Lo storico e saggista Carlo Ruta

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Il 12 gennaio 2020 ” ad Avola si è svolta la prestigiosa manifestazione il “SICILY CLASSIC POWERLIFTING” che ha designato i migliori powerlifters della Sicilia. L’Atleta ragusano Angelo Schembri ha brillantemente svolto le tre prove designati da tale disciplina raggiungendo il 2 posto (medaglia d’argento). Un altro Ragusano Peppe Turco ha conquistato la medaglia di bronzo.  Il Powerlifting è quella disciplina sportiva che si basa su tre alzate fondamentali: Squat, Panca Piana e Stacco da Terra (sia convenzionale che nella variante sumo).

Nato da una costola del sollevamento pesi olimpico, ha trovato la sua consacrazione internazionale negli anni ’70, allorché si sono tenute le prime gare di solo Powerlifting, sancendone così la definitiva indipendenza dal sollevamento pesi (che oggi si focalizza su due differenti alzate: lo strappo e lo slancio).

La preparazione minuziosa e l’impegno profuso dello Schembri hanno permesso di dare nuovo slancio per questa disciplina nell’ambito dello Sport Ibleo. Argento e nuovi PR conquistati in questa ultima gara completa ad Avola!!

Squat: 190kg (+5kg) – Bench Press: 125kg (+2.5kg) – Deadlift: 212.5kg (invariato ma con margine) Tot: 527.5

Coach: Giordano Distefano

L’Accademia delle Prefi con il Presidente Salvatore Battaglia ha omaggiato l’Atleta inserendolo tra i Candidati ad Atleta Regionale 2020. L’ambita Manifestazione e la consegna del Titolo come di consuetudine si svolgerà presso la Terrazza di Minerva nella prima decade di agosto nella sede dell’Accademia a Marina di Ragusa.

Angelo Schembri e Giordano Distefano Coach

Angelo Schembri e Giordano Distefano Coach

Angelo Schembri  2 posto

Angelo Schembri 2 posto

Angelo  Schembri

Angelo Schembri

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Un orgoglio tutto Ragusano il giovane atleta Marco Schembri ha sfidato è vinto il campione incarica Gordi in 5 round per la disciplina Muay Thai K1 una autentica guerra… presso un Palazzetto dello Sport a Pisa, gremito da un pubblico caloroso nella serata del 23 novembre 2019. Il Muay thai K1, noto anche come thai boxe, boxe thailandese o pugilato thailandese, è un’arte marziale e sport da combattimento a contatto pieno che ha le sue origini nella Mae Mai Muay Thai, antica tecnica di lotta thailandese. Esso utilizza una vasta gamma di percussioni in piedi e di tecniche di clinch. L’Atleta Marco con la sua disciplina e la caparbietà caratteriale ha raggiunto i vertici nazionali di tale disciplina, la complessità delle tecniche e la velocità dei movimenti affascina anche gli spettatori non meno interessati al mondo delle arti marziali.

L’Accademia delle Prefi con il suo Presidente Salvatore Battaglia ha voluto omaggiare il prestigioso risultato raggiunto con l’augurio di vederlo sempre come protagonista sul podio più alto di tale disciplina anche a livello Internazionale. Proposto dal Comitato Accademico delle Prefi come candidato ad Atleta dell’anno 2019 per lo Sport.

Il campione ragusano

Il campione ragusano

La proclamazione del vincitore

La proclamazione del vincitore

Il titolo

Il titolo

IL SICILIANO MARCO SCHEMBRI SFIDA GORDI

IL SICILIANO MARCO SCHEMBRI e GORDI

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Un orgoglio tutto Ragusano il giovane atleta Marco Schembri che sfiderà il campione incarica Gordi 5 round per la disciplina Muay Thai K1 presso il Palazzetto dello Sport di Pisa il 23 novembre 2019. Il Muay thai K1, noto anche come thai boxe, boxe thailandese o pugilato thailandese, è un’arte marziale e sport da combattimento a contatto pieno che ha le sue origini nella Mae Mai Muay Thai, antica tecnica di lotta thailandese. Esso utilizza una vasta gamma di percussioni in piedi e di tecniche di clinch. L’Atleta Marco con la sua disciplina e la caparbietà caratteriale ha raggiunto i vertici nazionali di tale disciplina, la complessità delle tecniche e la velocità dei movimenti affascina anche gli spettatori non meno interessati al mondo delle arti marziali.

L’Accademia delle Prefi con il suo Presidente Salvatore Battaglia ha voluto omaggiare i risultati raggiunti con l’augurio di vederlo sul podio più alto di tale disciplina. Proposto dal Comitato Accademico delle Prefi come candidato ad Atleta dell’anno 2019 per lo Sport.

IL SICILIANO MARCO SCHEMBRI SFIDA GORDI

IL SICILIANO MARCO SCHEMBRI SFIDA GORDI

La locandina dell'incontro

La locandina dell’incontro

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Per un siciliano con un’anima internazionale entrare alla ALMA che da sempre è una fucina di giovani talenti nei vari settori dell’ospitalità è coronare un sogno che si concretizza.

ALMA ha sede alle porte di Parma, a Colorno, sulle sponde del Po nel cuore di quella che viene definita la Food Valley del nostro Paese. Una posizione strategica e quanto mai coerente con la mission della Scuola.

Per Gabriele creare una nuova ricetta è combinare elegantemente i diversi ingredienti, raggiungere un sapore diverso e straordinario non è poi così facile: ci vuole passione, dedizione, esercizio, sperimentazione, curiosità. La cucina è un’arte e una scienza e, come tale, ha le sue regole. “L’uomo è ciò che mangia” scriveva Feuerbach. Non è, però, necessario essere degli chef acclamati per rendersi conto che il considerare il cibo come mero mezzo di sostentamento risulta essere alquanto restrittivo. Un giovanissimo siciliano sa che non solo la passione per l’arte della cucina non unita alla conoscenza diventa sterile, ecco che il Pluchino ha fatto di tutto per scegliere il meglio dell’istruzione che ci sia in Italia e c’è riuscito.

L’Accademia delle Prefi da sempre promuove i giovani talenti in tutti i settori, ha voluto omaggiare il prestigioso risultato ottenuto da Gabriele Pluchino. Il Presidente dell’Accademia Salvatore Battaglia proporrà al Gabriele di Partecipare ad un nuovo programma televisivo regionale che si realizzerà nei prossimi mesi a Ragusa.

Gabriele Pluchino

Gabriele Pluchino

Il Presidente dell'Accademia delle Prefi Salvatore Battaglia

Il Presidente dell’Accademia delle Prefi Salvatore Battaglia

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Mostra personale di Clara Calì “IO E IL MARE” tempeste di emozioni, auditorium San Vincenzo Ferreri, Ragusa Ibla. L’amore per la propria Isola e il mare: questo è il binomio che caratterizza il mondo della Sicilia sud-orientale, dove la campagna arida dell’estate si mescola alle onde spumeggianti del Mediterraneo.

L a Clara Calì, cresciuta a Ragusa, racconta con i suoi quadri questa realtà, dando voce, attraverso i colori e le forme, ad una natura che sa emozionare e stupire. Dal 6 al 15 settembre 2019, in un caratteristico auditorium ad Ibla, perla barocca del Val di Noto, sono esposti i lavori più rappresentativi da lei realizzati.

La pittrice trasmette un’atmosfera di emozione e mistero in tutte le sue tele, una calma apparente che si tramuta in vive emozioni ed atmosfere suggestive.

L’Accademia delle Prefi ha voluto omaggiare l’Artista e l’Esposizione, dando il giusto e formale plauso del Presidente dell’Accademia Salvatore Battaglia.

Clara Calì e il Presidente

Clara Calì e il Presidente

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