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Due riflessioni del prof. Carlo Ruta: la libertà di riunione, di ricerca e di studio ed un decalogo per il buongoverno dell’Italia

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Se le libertà di riunione, di ricerca e di studio continuano ad essere impedite

di Carlo Ruta

(Storico e saggista)

Lo stato rovinoso in cui da oltre due mesi versano in Italia le risorse umane e materiali legate ai saperi, alle scienze, alla scuola e ai patrimoni culturali sta procurando danni civili incalcolabili. Ed è sconcertante che tutto questo continui a restare fuori dalla messe di decreti che vengono prodotti, in cui trovano attenzione invece parrucchieri, profumerie, armerie e perfino «compro oro». È drammatico che si continui a non capire.

In questo Paese, da oltre due mesi è stata interrotta ogni tradizione convegnistica. Non esistono più momenti materiali di confronto scientifico, di studio, di analisi, di ricerca sul campo. Non ci si riunisce più per parlare di beni culturali, di storia, letteratura, libri, arte, fede, politica, diritti, solidarietà. Il comparto musicale, a partire da quello concertistico, è stato interamente scompaginato. Il cinema, con tutte le attività correlate, rischia di implodere. Il teatro e l’Opera, quasi inutile dirlo, rischiano addirittura di estinguersi. Occorre allora aggiungere altro?

Nel Paese fioriva una rete complessa di contatti e sinergie che hanno visto cooperare, da decenni ormai in maniera organica, musei, scuole, parchi archeologici, università, istituti di ricerca, biblioteche, fondazioni e centri studi, produttori culturali, scienziati, operatori di ogni arte. Si tratta, evidentemente, di una delle risorse strategiche del costume nazionale: culturale, civile e morale. Per imperizia, errori di calcolo e altro, tutto ciò è stato letteralmente devastato e, pensate un po’, deviato sul virtuale, in definitiva in un vicolo cieco. Il tiepido interesse iniziale è tramontato infatti in un baleno, quando tutti hanno potuto constatare che il mondo digitale, se non si connette con l’esperienza reale, è solo un travestimento del nulla. È comprovato peraltro che l’applicazione di questo modello alla scuola ha prodotto soprattutto frustrazione, nei docenti, negli studenti e nelle famiglie. E qui si apre un’altra voragine.

Da fine febbraio le lezioni nelle scuole di ogni ordine e grado sono sospese, in un contesto continentale che trova ancora una volta l’Italia in una situazione anomala. In alcuni Stati le scuole sono rimaste largamente aperte sin dall’inizio. In altri paesi, come la Germania, il ripristino delle lezioni è avvenuto a fine aprile. In Francia, Spagna, Inghilterra e in numerosi altri paesi avverrà entro maggio. L’Italia rimane perciò il solo paese d’Europa in cui le scuole resteranno chiuse fino a settembre. E come se non bastasse, dalle dichiarazioni, davvero curiose, di un ministro emerge la tentazione di allontanare ancora il ripristino pieno dell’attività didattica, mentre si annuncia l’intento di reimpostare le regole dell’istruzione. Si parla di voler introdurre, in particolare, una seconda modalità strutturata, «a remoto», che, laddove venisse posta in opera, rischierebbe di fare strame di tutta la migliore pedagogia dell’età contemporanea, che converge coralmente sulla centralità inderogabile dello spazio fisico nei percorsi formativi del fare scuola.

Si tratta evidentemente di un vuoto sistemico, che corre, appunto, in maniera uniforme, su svariati livelli, dall’istruzione all’impresa culturale, dal travaglio scientifico all’elaborazione artistica, dall’attività solidale all’impegno civile, tutti legati appunto, in primo luogo, alla socialità attiva, irriducibile al virtuale. Che dire? Che Fare? Proviamo intanto a immaginare, per un solo attimo.

Proviamo di immaginare l’età di Pericle senza la recitazione nei teatri delle opere drammatiche di Sofocle, di Euripide e di Eschilo. Immaginiamola senza i riti, i culti e le tradizioni che ispiravano le arti plastiche di Fidia e quelle architettoniche di Callicrate. Proviamo a pensarla senza gli insegnamenti di Anassagora e di Parmenide, senza lo spazio affollato dell’agorà in cui i rappresentanti del popolo, che formavano l’ecclesìa, vociavano e deliberavano. Immaginiamola ancora priva delle scuole artistiche e di pensiero che attiravano la gioventù e priva di dibattiti spontanei. Si compone evidentemente un’altra storia: solo il fantoccio irriconoscibile e spento di una Primavera che mantiene invece, ancora oggi, un posto chiave nella memoria lunga delle civiltà.

È chiaro allora qual è il rischio che l’Italia, più di altri paesi, corre oggi, se se non si pone freno alla foga impositiva che stringe, proprio fisicamente, impedendo di respirare e di operare, gli universi fisici dei saperi, delle scienze, delle arti e della conoscenza diffusa.

È davvero sorprendente. In questa curiosa seconda fase, in ogni parte d’Italia, tutti i giorni, in qualsiasi momento, è possibile occupare lo scompartimento di un treno, un aereo, un metrò, un bus municipale, un tram, ma viene impedita la sosta fisica in un’aula di liceo e universitaria, in una sala per conferenze, in un laboratorio, in uno spazio seminariale, in una libreria attrezzata per incontri, in un luogo di culto, in una biblioteca dotata di spazi idonei alla discussione. Centinaia di persone, anche nelle aree più infettate, tutti i giorni convergono e operano nelle catene delle fabbriche e nei cantieri ma devono restare chiuse le aule magne, i cinema, i teatri, gli auditorium. È ragionevole tutto questo?

Il clima in cui tutto ciò avviene è poi non meno sorprendente. È davvero curioso che chi dovrebbe insorgere, per formazione, tradizione, militanze di una vita e ruolo, spenda tempo per stilare manifesti solo nella logica della contrapposizione, della guerra polarizzata che avvelena da decenni la vita politica nazionale, e non senta il bisogno di porre in chiaro che il sapere, la conoscenza e l’istruzione costituiscono un bene comune, di tutti, da difendere a prescindere. È curioso che non si avverta che se manca l’ossigeno, se manca l’aria, manca per tutti e non per una sola parte. E questi ambienti più di ogni altro dovrebbero trovare inquietante che libertà fondamentali garantite dalla Costituzione, come quelle di riunione, di ricerca, di discussione e di culto continuino ad essere degradate e vengano ricondotte nella categoria dell’«assembramento», davvero triste, tenebrosa e perfino evocativa.

Carlo Ruta

Carlo Ruta

 

Un «decalogo» per il buongoverno dell’Italia al tempo del Coronavirus. Suggerimenti all’Amministrazione Conte

di Carlo Ruta

(storico e saggista)

 

Si deve provare a tutti i costi, per il bene del Paese, a fuoriuscire dal clima di lotte intestine che colpisce l’Italia. C’è un «sistema» iper-identitario che da decenni ormai cavalca e fomenta il pregiudizio, la paura dell’altro, dello straniero, assunto come nemico e ladro di risorse. Ciò segna, evidentemente, un arretramento sul piano civile e delle tradizioni solidali. È un chiodo conficcato nella storia riemerso da tempo, anche qui da noi, con particolare virulenza. Non fa bene perciò al Paese. E anche in tempo di pandemia il clima nazionale risente di questo clima logorante, che continua ad avere, a dispetto dell’eccezionalità del momento, effetti di polarizzazione e di scontro. Bisogna tuttavia non perdere di vista l’obiettivo primario, che è quello di portare il Paese fuori dall’emergenza nel più breve tempo possibile. Si tratta d’inventare e di organizzare allora una difesa sistematica che ponga al centro la ragionevolezza e un realismo politico all’altezza dei tempi.

Si sono registrati problemi di conduzione, riconosciuti anche all’interno della compagine di governo. Di certo sono stati effetto di una situazione nuova e fino a gennaio imprevista. Questi problemi si sono tradotti in intempestività, in deficit di coesione, e così via. Ma è importante che anche questa «fase 1-2» venga superata.

Partiamo allora da una considerazione. A gennaio è nato un governo politico, guidato da Giuseppe Conte, ed è naturale che continui a fare il proprio lavoro, in questo momento critico, malgrado la diversità di anime che lo travagliano, che comunque non sono qui in discussione. In una democrazia parlamentare è così. Ma l’emergenza in atto richiede atti e progettazioni del tutto nuove nella politica nazionale, che non possono venire dal nulla e improvvisare, perché i rischi, stavolta, sono davvero enormi, sul piano economico, sul piano sociale, sul piano culturale e così via. Sono necessarie allora risorse umane aggiuntive, di garanzia, che possono essere tratte dal Paese civile, tra le figure più rappresentative e i più in grado di farsi testimoni attivi di un tragitto particolarmente difficile della storia italiana, e occorrono, contestualmente, atti forti e autorevoli. Ecco allora, in dieci punti base, dei suggerimenti, per cercare di vincere al più presto il confronto con la pandemia e, nel contempo, per togliere terreno agli strateghi delle chiusure iper-identitarie, della disunione e dello scontro a prescindere.

1) Il governo c’è appunto, è composto di tredici ministeri, che esprimono l’anima politica del progetto. Come si diceva, è giusto che continui a lavorare, ed è opportuno, per il Paese, che continui a lavorare il presidente del Consiglio, Conte, che possiede un garbo gradito a larghe fasce dell’opinione pubblica e un’indole alla mediazione che può costituire anche un valore aggiunto. Ma, ferma restando la continuità politica, sarebbe un gesto importante un rimpasto di governo non traumatico, a fronte, appunto dell’emergenza pandemica, con alcune figure di garanzia, solo in alcuni ministeri investiti da particolari criticità. Questo avvicendamento, che si potrebbe concepire come temporaneo, potrebbe riguardare appena 4 ministeri su 13.

2) Ministero della Giustizia. In un contesto tanto agitato sarebbe importante affidarne la guida ad un costituzionalista di altissimo profilo. In piena pandemia possono insorgere problemi di disuguaglianze, abusi, ingiustizie, recrudescenze criminali. Possono porsi problemi giurisdizionali inediti. Possono emergere problemi con le magistrature e tra magistrature. Un ministro della giustizia autorevole e forte, sostenuto da un background importante, in questo senso aiuterebbe non poco, e si potrebbe pensare, ad esempio, a costituzionalisti di prestigio come Augusto Barbera, Sabino Cassese, Fulco Lanchester,  Francesco Palermo e altri ancora.

3) Ministero dell’Istruzione. Anche la Scuola e l’Università sono oggi nell’occhio del ciclone e rischiano tracolli. Sarebbe perciò importante porre in campo idee strutturate, esperienze lunghe e capacità di decisioni sicure. Per la carica di ministro si potrebbe pensare, ad esempio, a storici e docenti come Andrea Giardina e Carlo Ginzburg, o altre figure di uguale levatura.

 

4) Ministero dell’Interno. Anche in questo ambito, un ministro proveniente dal costituzionalismo sarebbe la cosa più opportuna, per le situazioni difficili che possono profilarsi nel paese. Si potrebbe sceglierlo tra Marta Cartabia, Alessandro Pajno, Gustavo Zagrebelsky e altre figure di analogo prestigio.

 

5) Ministero dei Beni e Attività culturali. L’esperienza del ministro Dario Franceschini è stata a conti fatti decorosa. Ma l’impatto dell’emergenza sul comparto è devastante e un segnale importante potrebbe essere perciò di porre a capo di questo ministero, in questi mesi tanto difficili, un addetto ai lavori di grande rilievo emblematico come l’archeologo Andrea Carandini, o altri dello stesso rilievo, nazionale e internazionale.

 

Sul piano poi della gestione politica sarebbero significativi una serie di atti.

 

6) Occorrerebbe centralizzare la distribuzione dei dispositivi di protezione. Rimane fondamentale che sia lo Stato a fornire a tutte le famiglie italiane, sotto la propria egida e garanzia, un tipo di mascherina adeguato alla situazione pandemica, con filtraggio bilaterale e preferibilmente lavabile. Gli effetti sarebbero di certo estremamente produttivi.

 

7) Anche se al Nord-«locomotiva» può non piacere, è importante che si cominci a diversificare la risposta all’infezione, facendo un preciso distinguo tra le aree italiane in cui il virus ha fatto il nido, soprattutto al Nord, e quelle che più si sono dimostrate refrattarie all’infezione. In queste ultime occorrerebbe porre in opera un forte monitoraggio e introdurre l’impiego organico dei dispositivi di protezione, nella direzione di un ripristino veloce della normalità. Nelle aree di maggiore criticità sarebbe importante regolarsi invece in base ai mutamenti, con chiusure e aperture a seconda dei casi, nella prospettiva comunque, anche in queste aree, di un ritorno rapido alla normalità.

 

8) Occorrerebbe che il governo dirigesse il proprio sguardo, più di quanto non abbia fatto fatto finora, verso il Sud dell’Italia, che, a causa della rigida uniformità delle risposte, ha subito dissesti enormi, che si aggiungono a quelli di terreno, che negli ultimi decenni hanno elevato il trend dello spopolamento.

 

9) Rapporto con l’Europa. L’Unione Europea non è, in sé e per sé, la salvezza assoluta o la rovina assoluta. La Grecia dimostra, eroicamente direi, che non è la prima. Il Regno Unito dimostra che non è la seconda. Trattare è lecito e può essere anche produttivo, ma va tenuta alta la guardia e difesa la dignità nazionale del Paese. I «Piani Marshall» possono essere una risorsa, ma il più delle volte diventano una catena al piede, specie in contesti di crisi che, come quella che si paventa oggi, possono spingere a chiusure egoistiche in grado di far traballare tavoli e scompaginare ogni sorta di patto solidale. L’Italia prima ancora di questi patti, ha bisogno oggi di un New Deal, di un Nuovo Patto, per dirla alla Roosevelt, tra lo Stato e le categorie sociali, che sia tuttavia equo. Un paese forte, in grado di unire tutte le sue componenti sociali in un momento tanto difficile, costituisce la migliore condizione per poi trattare con l’Europa e con altri paesi, come USA, URSS, Cina e così via. E un governo il più possibile autorevole è la condizione maggiore perché questo Nuovo Patto si realizzi.

 

10) Comitati e task force. Ne sono state istituiti parecchi, per contrastare la pandemia, e ovviamente non si tratta di organismi inutili. Queste strutture debbono aiutare il Paese a risolvere problemi contingenti, ma non sono lo Stato. I loro componenti non sono tenuti a conoscere le regole dello Stato di Diritto, perché le loro competenze sono altre. È importante allora che le decisioni che contano spettino, in ultima istanza, alle istituzioni del Paese, in primis al Governo e che vengano definiti con chiarezza i ruoli di questi comitati, rendendone peraltro pubblici i componenti, gli atti, le spese e i confini del mandato.

 

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